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Romaison 2020: una mostra sugli atelier di moda romani

Mostre 2020. Roma non è un freddo museo, ma un laboratorio dove si fabbricano sogni. Che sia questo, in fondo, il messaggio di una mostra dove si scoperchia l’industrioso mondo della sartoria capitolina?

Romaison”, fino al 29 novembre all’Ara Pacis, illustra quant’è vitale il rapporto tra moda e costume, tra creazioni cucite per i tempi correnti e quelle imbastite per il tempo della narrazione cinematografica e teatrale; un rapporto che qui, nella Città Eterna, più che altrove «è meravigliosamente ambiguo, in una dimensione parallela di ispirazione reciproca» spiega la curatrice dell’esposizione Clara Tosi Pamphili. Mentre s’inaugura, sono una cinquantina le produzioni televisive e cinematografiche attive nella Capitale, come ricorda la sindaca Virginia Raggi, che ha accolto il progetto quale primo passo verso un futuro museo della moda.   

L’allestimento della mostra

Incapsulata nel basement del monumento augusteo, a sua volta incapsulato nella teca di Richard Meier, la mostra si snoda in un allestimento quasi clinico. «È concepita come un atelier, con gli schermi che si connettono ai laboratori all’esterno, simile a una base spaziale», prosegue la curatrice. Ed eccole allora le sartorie del costume: Annamode, Costumi d’Arte-Peruzzi, Sartoria Farani, Laboratorio Pieroni e Tirelli, che hanno dato forma a personaggi indimenticabili come la Cleopatra di Liz Taylor o Willy Wonka, il Johnny Depp de La fabbrica di cioccolato. (Presenti anche i bozzetti dall’archivio personale di Gabriele Mayer e con una sezione dedicata allo storico produttore di manichini Mensura).

Distillati dall’archivio della memoria cinematografica e sottratti agli affollati depositi delle botteghe, sfilano i vestiti di Dominque Sanda ne Il Conformista, i candidi abiti apparsi in Salò, il costume di Barbarella. E c’è anche una parure Bulgari con ametiste e diamanti, peraltro già della signora Mangano, che agghindava il suo personaggio in Ritratto di famiglia in un interno.

L’abito indossato da Florinda Bolkan in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Florinda Bolkan nel movie Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

«La cosa straordinaria dei costumi di scena è che sono fatti su misura per un attore o un’attrice e hanno una presenza molto particolare: non li conosciamo infatti nella loro essenza fisica, ma solo e soltanto sullo schermo, come sequenza di body», ha raccontato Tilda Swinton, intervenuta alla presentazione della mostra. «Questi manufatti forgiati da artigiani di somma bravura, come fossili scaricati dalle produzioni cinematografiche, vivono una volta sola e diventano celebri. Ma sono molto più di abiti». L’attrice, che sarà protagonista al Mattatoio del Testaccio della perfomance Embodying Pasolini (legata alla mostra, ma necessariamente rimandata al 2021), ha definito l’esperienza di poter toccare o provare questi capi “elettrizzante”, a cominciare dalla prima ricognizione negli archivi percepiti come “foreste” intrise di spirito.

Tilda Swinton e Olivier Saillard in “The Impossible Wardrobe”

Il racconto della mostra non si ferma ai dintorni del set, tutt’altro, il rimando tra storia della moda e moda nella fiction è continuo: un abito verde smeraldo, che la costumista Michela Canonero fece confezionare per Mariangela Melato nella pièce Il lutto si addice advert Elettra, si specchia nello stesso modello dell’atelier Zecca colour tortora. E ancora da questi stessi archivi saltano fuori pezzi di Balenciaga, di Poiret e persino di Charles Frederick Worth, agli albori della high fashion. Produzione e conservazione quindi. E si rispolverano storie dimenticate, come quella di Maria Monaci Gallenga, stilista che lavorò per Fortuny e inventrice di una innovativa tecnica di stampa con matrici in legno. Un suo abito originale è indossato da Florinda Bolkan nel movie Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Perché quella che silenziosamente è custodita nelle sartorie romane è una traccia preziosa di cultura materiale, ma anche un virtuoso esempio di economia circolare. «È una biblioteca di abiti», chiosa Tosi Pamphili, «che non ha pari in altro luogo al mondo».

In apertura: Casanova, di Federico Fellini. Costumi di Danilo Donati, 1976

Abito creato da Danilo Donati per Salò o Le 120 giornate di Sodoma

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